Le Vanvere intervistano Le Vanvere: Celina Elmi

L’ Hermione Granger del nostro cuor, classica secchiona “so tutto io”, pronta ad usare la sua matita rossa anti-refusi in ogni circostanza, giustamente emarginata dal resto del mondo ma mitica se è inserita nel gruppo giusto.

E quel gruppo giusto siamo noi!
L’abbiamo costretta a iscriversi a tutti i social possibili immaginabili, a farsi fare foto per le promo del collettivo e a mettere in discussione tutte le sue manie e paranoie.
Inarrivabile durante le presentazioni, messa su un palco perde tutta la sua timidezza ed è l’unica che riesca a dare un minimo di serietà al team durante i festival (dato che le altre le trovate al bar).

Da sempre appassionata di disegno e libri illustrati, dopo la laurea in Cultura e Stilismo della Moda inizia a lavorare in agenzie di pubblicità come illustratrice, storyboarder e grafica.
Frequenta vari corsi d’illustrazione e nel 2010 inizia a lavorare alla casa editrice Federighi Editori, occupandosi di illustrazione, grafica, redazione e laboratori creativi, che realizza presso vari eventi ed enti culturali in Italia e all’estero. Ha pubblicato una ventina di libri illustrati per bambini, ha realizzato grafiche per vari film e dal 2017 porta avanti il progetto personale “parole illustrate”, in collaborazione con il sito unaparolaalgiorno.it.
Lavora con varie tecniche tradizionali e digitali.
Produrrà per Let’s Dance! (21-22 aprile, Empoli) un pezzo che verrà inserito della mostra Let’s Dance! • Etoile

Presentati… cinque parole a vanvera su Celina illustratore.
Mina blu, tavoletta grafica, ricerca, esigente, intrecci floreali.

Cinque parole a vanvera su Celina umano.
Ballare, overthinker, emotiva, sole, dolci.

Una dote/caratteristica che non può mancare ad un disegnatore?
La Curiosità con la C maiuscola.

Cosa odi di più del tuo lavoro?
I vari acciacchi del mestiere: mal di testa/schiena/collo.

Ah già… The o caffè?
Al momento, non per scelta mia, decaffeinato e tisane, ma mi piacciono entrambi.

A quale ballo non puoi resistere?
Si fa prima a dire a quale posso resistere. Io adoro ballare quasi tutto e ballo sempre: mentre cucino, quando mi provo le scarpe nuove, quando passo davanti a chi guarda la televisione. Ho iniziato con la danza classica da piccola, poi è arrivata la dance ai tempi della zazzera con la lacca, poi ho ballato solo caraibici per più di una decina d’anni (non quelli da gara tipo “Ballando con le stelle”, ma quelli che si ballano nei locali), in particolare la salsa portoricana (ma adoro anche il cubanissimo “Buena Vista Social Club”); ho anche insegnato un pochino. C’è stato un momento in cui ballavo più di quanto disegnassi. Ora disegno di più di quanto balli, ma mi manca tantissimo andare a ballare, è proprio una cura magica per lo stress e l’ansia (portatemiaballareviprego)! Mi piace molto ballare anche il rock e alcuni tipi di metal. La fissa del momento è la danza del ventre, tanto che le Vanvere mi hanno regalato la cintura “chakachaka” (nome onomatopeico), quindi prima o poi devo imparare sul serio.

Qual è la canzone che ti vergogni di sapere a memoria?
Ci sono delle canzoni che non rientrano nei generi “alti” o comunemente ritenuti sobri (insomma le canzoni tamarre, diciamolo), ma che hanno quel “guizzo” che ti fa ballare per forza o ti mette la stupidera… quindi niente “song shaming”! Ammetto che so quasi tutta “Despacito”, l’ho fatta entrare nella playlist delle Vanvere (ma sono loro che l’hanno messa nel cd delle gite). Non dimentichiamo lo scopo didattico delle canzoni in lingua straniera (tamarre e non): le canzoni latine mi hanno aiutata a studiare lo spagnolo, soprattutto a esprimere il sufrimiento del corazón. Col tedesco sono ancora a 10 parole, ma ci sto lavorando. Non riesco a memorizzare le canzoni Disney, quelle che tutte le illustratrici amano; proprio non mi entrano in testa (a parte “vuoi un come-si-chiama? Io ne ho 20!” de “La Sirenetta”) e quando le altre le cantano io vado in stand-by. Però trovo esilarante “Let it go” in versione metal.

Con chi balleresti un tango appassionato e con chi ti butteresti nel pogo?
Un tango lo ballerei con Jonny Depp ai tempi di “Don Juan De Marco maestro d’amore”.

Il pogo non è il mio habitat, ma se proprio mi ci dovessi buttare, non posso immaginare una compagnia migliore delle Vanvere! Una volta ho provato a seguire Camilla in un pogo, per “salvarla”, con una birra in mano. Risultato: una birra versata, la mia ritirata e Camilla felice e contenta lanciata in aria nel pogo.

Hai una “playlist di lavoro” (5/10 tracce) che hai il coraggio di condividere con noi?
Quando lavoro in ufficio, specialmente per l’impaginazione, vorrei solo il silenzio intorno, quindi non ho una playlist di lavoro. Saltuariamente però ascolto alcune delle mie canzoni cult:

mmm mmm mmm – Crash Test Dummies
Hallelujah – Leonard Cohen
We’re not gonna take it – Twisted Sisters

Blue Monday – New Order
Nei momenti di “grandi preparativi” (tipo prima del Ludicomix) ascolto spesso l’intro di
The struggle within dei Metallica, compulsivamente, solo i primi 30 secondi.
Quando disegno a casa per i miei progetti il tipo di musica dipende da cosa disegno e salto di palo in frasca.
Per disegnare fondali marini:
Underwater love – Smoke City
Per disegnare cose piratesche (grande fissa del momento):
Drunken sailor (Irish Rovers) da ascoltare in cambusa battendosi la mano sul ginocchio
Whiskey in the jar – The Dubliners
Black sails soundtrack
Per disegnare cose di antiquitate e per fughe epiche a cavallo nel bosco -o per il tapis-roulant- consiglio gli Haggard (cantano pure in latino! :-D).
Mi mettono di buon umore le canzoni ri-suonate in versione metal (dalle musiche dei videogiochi alla musica classica) e quelle metal suonate in versione classica. Fra le altre fisse a rotazione: Nick Cave, Johnny Cash, musica celtica e irlandese.

Sappiamo che il nostro collettivo è fatto di ruoli complementari, e chi riesce a fare una cosa è automaticamente negata per un’altra. E tu sei assolutamente negata per?
Gli allestimenti (e i conti). Quando c’è da allestire una mostra di solito è mattina e io sono lenta e “sgrunt”, così le altre mi scacciano mandandomi a mangiare dei croissant. Sono però l’addetta alle presentazioni, alla correzione refusi e mi sono autonominata copywriter -e coreografa- delle Vanvere.

Sei considerata la secchiona del gruppo, amante della ricerca, della formula perfetta, delle nuove conoscenze e dell’apprendere in generale. Ma cosa hai “imparato” da Le Vanvere e cosa hanno imparato loro da te?
Da me hanno imparato a non mettere lo spazio dopo l’aperta parentesi (forse), tante etimologie e gossip del passato. Per il resto, andrebbe chiesto a loro.
Io da loro ho imparato tantissimo. Prima di incontrarle ero bloccata nella timidezza da disegnatrice solitaria: facevo già l’illustratrice di libri per bambini, e amo questo lavoro, ma volevo disegnare anche altro, per me stessa. Le Vanvere sono state una terapia d’urto, inizialmente uno shock. Avevo una gran paura di uscire allo scoperto, scrivere su un blog con altre persone, stare in un gruppo di QUATTRO DONNE illustratrici (“saremo competitive, litigheremo, non ci conosciamo, io non ho tempo!”), ma questo incontro è una delle cose migliori che mi siano capitate nella vita. Soprattutto, è successa una cosa inaspettata: siamo diventate amiche. Ma di quelle proprio che quando sei a pezzi vengono a raccoglierti, che ti sopportano quando ti lamenti, che sanno come farti reagire, anche in malo modo se serve; di quelle che ti conoscono bene, ma nonostante questo continuano a frequentarti (come diceva Oscar Wilde). Da loro ho imparato a pensare meno e agire di più, ad avere più coraggio e meno timidezza, ho imparato che “l’unione fa la forza”, o come diciamo noi: “TESTUGGINE!”, a non dire NO a priori, perché non sempre andrà tutto male ma anzi, “in qualche modo in fondo s’arriva” (cit. Camilla); grazie a loro ho imparato che i PROGETTI si realizzano, non ci sono scuse. Ho imparato anche a portarmi sempre dietro del cibo quando andiamo in gita (cioè ai festival d’illustrazione), perché loro non si nutrono spesso quanto me.
Loro mi vedono così:

Lavorando in una casa editrice che si occupa quasi esclusivamente di produzione per bambini il tuo stile lavorativo è molto diverso da quello che hai per i tuoi progetti personali. Come vivi questo “bipolarismo artistico”? Pensi che le due “Celine” possano coesistere?
Sì, c’è voluto del tempo per mettere d’accordo tutte le personalità, anche perché ci sono anche la Celina grafica e quella redattrice; poi c’è la Celina illustratrice-a-casa, un essere notturno che disegna in cucina. Amo tutti e due i tipi di illustrazione e l’uno non esclude l’altro, sono due tipi di soddisfazione diversa. Nei libri per l’infanzia mi vengono richieste scene molto colorate, di facile lettura, da fare in tempi brevissimi, ma penso che un illustratore possa mettere un po’di sé e del proprio mondo anche in immagini di argomento didattico. Nei lavori personali sono completamente libera: mi piace soffermarmi sui dettagli, lavorare sul significato delle parole, creare immagini piene e decorate, spesso con poco colore (preferisco disegnare che colorare), a matita o in digitale simulando la matita, un’incisione o un tatuaggio. Cambia anche il tipo di illustrazione, perché quelle personali in genere non sono scene di una storia ma sono quasi “icone”. Il punto di partenza di entrambi i “mondi” è la matita, in particolare la mina blu. Questi due mondi continuano a cambiare, ognuno per la sua strada, ma a volte si incrociano: negli ultimi libri per bambini infatti ho inserito degli “intrecci”, anche se rimangono i colori vivaci e la tecnica vettoriale. Trovo molto divertente mixare tecniche e cambiare: lavorando sempre nello stesso modo mi annoierei.

 

Potete seguire il lavoro di Celina su:

celillustrazione.blogspot.it
behance.net/celinaillustrator
instagram.com/celinaillustrator

Leggi anche le interviste di Camilla , LisaGiulia e quelle degli altri ospiti di Let’s Dance! 

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