Francesco Giustozzi, un illustratore "coi baffi"!

Selezionato alla mostra degli illustratori di Bologna Children’s Book Fair per ben due anni consecutivi, Francesco Giustozzi (conosciuto anche in terra toscana col nome di Baffozzi) è un illustratore poliedrico e pieno di sorprese!
Al suo attivo ha un percorso ricco di stili, di collaborazioni e di conquiste, varie pubblicazioni nazionali e internazionali, progetti singoli e collettivi.
Voilà l’intervista a vanvera dell’ottavo illustratore della nostra Filiera Lunga: Baffozzi, compagno di sbronze, picnic, gite bolognesi e sfide all’ultimo settantacento!

newCinque parole a vanvera su Francesco artista.
bianco&nero, colorato, curioso, minimal, barocco.
Cinque parole a vanvera su Francesco come essere umano.
Timido, festaiolo, pigro, amicone, scemo.
Una dote/caratteristica che non può mancare ad un illustratore/artista?
La curiosità abbinata alla voglia di non arrendersi.
Cosa odi di più di questo lavoro?
Il fatto di non poterlo fare 24 ore su 24 (per ora).
The o caffè?
The assolutamente e rigorosamente earl gray.

Cosa ne pensi del soprannome che ti abbiamo affibbiato “baffozzi”?
Che dovreste aggiornarlo visto che è stata aggiunta una barba.

Sappiamo che hai fatto ragioneria, come ha influito il diploma di perito tecnico nel tuo percorso artistico? Solo più complessi di inferiorità all’Accademia o ti ha anche aiutato in qualche modo nel mondo dell’illustrazione?
Nei confronti dell’illustrazione è stato abbastanza inutile, nessun complesso di inferiorità a quanto ricordo anzi, devo confessare che come formazione personale mi ha dato diverse
soddisfazioni. Poi, ho preso coscienza e ho scelto la mia strada.

Hai pubblicato con editori francesi e italiani; quali sono le differenze, pregi e difetti, tra i due?
Non credo di poter dire con certezza cosa li differenzia, non ho abbastanza esperienza per poter giudicare, posso solo dire che con gli editori francesi mi sono e mi sto trovando molto bene, sia a livello umano che professionale.

Prima di arrivare al tuo stile attuale, hai attraversato tantissime tecniche; cosa senti di aver lasciato per strada e cosa hai conquistato/trovato lungo il viaggio?
É stato un precorso molto lungo e faticoso e sento comunque che non sono assolutamente ad un punto di arrivo. In questo momento mi sento molto vicino al digitale ma spesso sento la mancanza di un lavoro più gestuale e istintivo. Cerco spesso di ovviare con lavori paralleli che
mi aiutano a “sfogare” questi istinti.

Nel tuo ultimo libro, “50 décors | 50 films à deviner” edito da Milan, rappresenti le architetture dei film più famosi, come entra il cinema nelle tue illustrazioni e quali sono i tuoi registi preferiti?
Con questo libro ho davvero potuto dare una sferzata a quello che in quel periodo per me era quasi un’ossessione. L’architettura, come l’arte in generale, a volte anche di più, è un settore che mi dà grandi soddisfazioni e ho quindi cercato di inserirla nelle mie illustrazioni. Per fortuna questo aspetto è stato notato e ho quindi potuto concretizzare. Confesso che la fissa per le case, gli edifici, le finestre, i portoni e le facciate persiste tuttora.
Devo confessare che non sono un grande conoscitore di film o registi, di solito rimango colpito dalla palette dei colori, dalle inquadrature e se un film è più o meno surreale. Sarà scontato dirlo, ma finora vince Wes Anderson, che, secondo me, racchiude nei suoi film un po’ tutte le
caratteristiche che un’opera cinematografica deve assolutamente avere.
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Qual è stata la parte più divertente nel disegnare edifici, architetture, scene cinematografiche e quale la cosa che ti ha più annoiato?
Non so bene perché ma mi diverto un casino a disegnare porte, finestre, mattoni e facciate, sarà per la ripetizione modulare infinita che, nonostante tutto, ha sempre qualcosa di diverso oppure per il fatto di avere la possibilità di lavorare sul dettaglio quasi a livello maniacale.
D’altro canto può diventare anche la cosa più noiosa, ma mi sono accorto che dipende molto dall’umore che caratterizza il momento in cui lavoro.

Progetti per il futuro, a breve e a lungo termine?
Ce ne sono alcuni, più o meno importanti, anche collettivi. Approfitto di questa intervista per augurarmi maggiore concentrazione e determinazione, la distrazione è dietro l’angolo….

Raccontaci com’è nato il progetto di Poster Art in cui coinvolgi molti artisti e illustratori di tutta Italia! Come selezioni il tema e quali sono le problematiche nella curatela di poster 70×100?
Cosa ti ha spinto a credere in noi prima di tutti e a coinvolgere Le Vanvere in progetti come “Be my Queen” e “Take a look”, rinominati da noi burlone “Le sfide di Baffozzi”?
Quel progetto è nato un po’ per gioco, una sfida appunto. Durante la festa del mio paese si era soliti organizzare qualcosa di “artistico”, ma fino a due anni fa si limitava quasi esclusivamente
alla fotografia. Poi, non ricordo bene come, sono stato tirato in ballo e quindi ho praticamente imposto di virare più sull’illustrazione, chiedendo aiuto ai miei colleghi e amici grafici e illustratori. Devo dire che nonostante sia un piccolo progetto ha dato molta soddisfazione,
anche perché mi ha permesso di conoscere voi Vanvere (ammicco ammicco) e quindi estendere la rete di illustratori in cui credo. Poi ovvio, un progetto del genere nasconde sempre delle difficoltà, dai tempi per raccogliere, gestire e allestire, alla paura di scadere nel banale. Ma sono sempre stato smentito e di questo ringrazio proprio tutti coloro che mi hanno sostenuto e partecipato con grande interesse. Chissà che un giorno non si trasformi in un evento con un maggiore risalto.

Oltre all’editoria mainstream, ti dedichi anche a progetti indipendenti, auto produzioni e  collaborazioni varie, come cambia il tuo lavoro quando ti interfacci con obiettivi e committenze così differenti?
É vero un po’ cambia, ma lo fa proprio perché mi dà la possibilità di sperimentare. Sono occasioni quelle che mi permettono di provare cose nuove e spesso sono essenziali all’evoluzione di uno stile. Non ne potrei fare a meno.

Quali sono le collaborazioni che ti hanno più fatto crescere sia a livello professionale che a livello personale?
Da ultima quella col “Gruppo Trekking” che mi ha dato modo di provare la serigrafia, ma
ricordo con grande affetto quella con i miei “amici di master” con Wishlist in cui illustravamo le liste dei desideri di sconosciuti.

Qual era il tuo libro preferito da piccolo? Ci pensi mai quando devi illustrare un testo? Confesso di non avere avuto un libro famoso a cui tenevo particolarmente ma ricordo chiaramente quel mega albo illustrato, formato molto grande, che raccoglieva le più famose tra fiabe e favole. Ricordo che mi lasciava una sensazione tra l’angoscia e la curiosità, ricordo anche che era molto colorato e sapeva di mercatino dell’usato.

Qual è la città toscana che preferisci?
Della Toscana conosco molto superficialmente Firenze e Siena purtroppo, dovrei approfondire.
Qual è il piatto toscano che preferisci?
Devo approfondire… assolutamente, qualche suggerimento?
Qual è la parola toscana che ti fa più ridere e quella che proprio non capisci?
Avendo una Vanvera come collega direi “mi fa piscià”, conta come espressione toscana?

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Lancia una sfida alle Vanvere! (per esempio consigliaci un tema su cui lavorare o altro, anche una cosa scema tipo “fate dei muffins alla trippa!”).
La nuova sfida di Giustozzi è creare la versione maschile de Le Vanvere, sarebbe bello poi trovare occasioni per dei confronti illustrati.

Suggeriscici qualcuno da stalkerare di cui stimi e ammiri il lavoro!
Due in particolare mi piacciono molto: Vincent Mahé e Sebastien Thibault, ve li consiglio se non li conoscete.

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